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Si tratta di un complesso montagnoso, facente parte di un vastissimo affioramento che si protrae per la lunghezza tutta della Sardegna e che raggiunge addirittura la Corsica. La zona del Sarrabus, quella di nostro interesse, è sfiorata solo marginalmente dal complesso granitico. Sono presenti infatti nella località, oltre la dura pietra, anche affioramenti di scisti, risalenti niente meno che al silurico.

La nota che sorprende di più è forse la presenza, in un contesto caratterizzato da una forte aridità, di fonti d’acqua che si presentano mai in eccessiva portata. Numerose sono infatti le sorgenti presenti in zona. Mentre resta davvero poco dell’antica foresta, quasi totalmente distrutta a causa di un utilizzo improprio da parte dell’uomo. Agli esordi della seconda guerra mondiale il bosco venne deturpato per motivazioni belliche, e i residui di foresta d’appartenenza del demanio dello stato vennero interessati dal taglio intorno al 1950 ad opera di ditte private ed appaltatrici per la produzione del prezioso carbone e della legna da ardere. Non dimentichiamo che l’avvento della meccanizzazione incentivò, con l’apertura di strade, il taglio delle piante, mentre la piaga degli incendi si faceva ombra sempre più inquietante, ancora oggi non allontanata. Odiernamente alcune zone, sotto il controllo dell’uomo sono destinate a riprendere il proprio verdeggiante aspetto originario. La presenza della Ex Colonia Penale ha segnato anche il territorio in questione. Sono presenti, oramai sempre più radi, gli antichi dislocamenti, ed inoltre una fittissima rete di sentieri con ogni probabilità usati dai detenuti e carcerieri per ogni spostamento. Molti di questi si inoltrano nel fitto del bosco, e non essendo tracciati è sempre consigliabile, per gli escursionisti, la presenza di un esperto del territorio, perché la perdita dell’orientamento è cosa assolutamente possibile. Il 9 Giugno 1999 con una legge regionale, l’azienda demaniale della regione Sardegna viene soppressa e viene istituito l’Ente foreste della Sardegna.
Claudia Zedda
Quello di Castiadas è un territorio entro il quale storicamente confluiscono diversi corsi d’acqua. Ricordiamo il Rio Zarpixedda, il Rio Corrè Pruna, il Rio Buddui, il Rio Frumini Cerau e il Rio S’Acqua Callenti. Sono tutti fiumi che nascono ai piedi dei monti e delle foreste del Minni Minni. La piena di questi fiumi non è quasi mai eccessiva, ed il loro percorso è spesso movimentato da salti improvvisi e cascatelle, garantite dal terreno granitico della zona. Non sono pochi i sardi che prelevano acqua direttamente dalle sorgenti, votandosi ad un vivere più salubre.

Le sorgenti di facile accesso sono quella di Sa Mitza de sa Teula. Si trova in località Sarmentus e l’accesso è garantito dalla vecchia strada che collegava San Petro con Minni Minni. Non meno interessante la sorgente di Su Stauli Mannu. Localizzata nella zona centrale accessibile dalla strada situata al lato est della vecchia ex colonia penale. Per raggiungere la fonte d’acqua è necessario percorrere una vecchia mulattiera che fu creata appositamente dai carcerati. Interessante ricordare che la sorgente in questione veniva utilizzata dalla stessa Colonia. Di fascino la sorgente S’Acqua Callenti. E’ situata nella zona omonima e la si può raggiungere attraverso la strada comunale che dà poi l’accesso ad una via d’appartenenza al Demanio Forestale. Forse la più frequentata non solo dagli abitanti del luogo, ma certo anche dai turisti, che oltre rifornirsi d’acque eccellenti potranno perdersi per qualche ora in una selvaggia e verdeggiante natura. Infine la sorgente Buddui. Collocata nella località che si trova fra Buddui e Annunziata, è raggiungibile tramite l’attraversamento della strada comunale che collega Olia Speciosa con l’Annunziata. Si prevede a breve di creare un percorso che consentirà un più facile accesso alla fonte.
Claudia Zedda
Quando sbarcarono nel Porto Sinzias, sulla costa sud orientale della Sardegna, era estate. E ad essere maggiormente precisi si trattava dell’ 11 Agosto del 1875.

Le spiagge allora erano disabitate, ben differentemente da come appare oggi il litorale della zona. L’imbarcazione trasportava trenta detenuti e sette guardie carcerarie. Guidati dal Cavaliere Eugenio Cicognani, si inoltrarono con molta difficoltà nell’entro terra, vista la fitta vegetazione e l’inesistenza totale di sentieri. Il territorio doveva apparire selvaggio e incontaminato. Obbiettivo dell’Ispettore Generale delle carceri era quello di stabilire una prima dimora, bonificare e risanare il territorio disabitato da secoli, 350 anni per l’esattezza. Arrivarono presto altri detenuti che aiutarono nell’opera di bonifica e di costruzione, e gli atti riferiscono che dopo il secondo anno, nella zona fossero presenti più di trecento forzati, tutti in possesso di esperienze lavorative precedenti nell’edilizia. Nel 1877 nasce, a sette km dal luogo di sbarco, la dimora dei carcerati. Si trovava sul promontorio di Praidis, fra due ruscelli, il Guttur Frascu e Baccu sa Figu. Presto furono attivi una falegnameria, officine di fabbri, una carpenteria e una infermeria. Entro la struttura principale oltre le celle e gli alloggi per i carcerieri si trovava la farmacia, un pronto soccorso, addirittura un ufficio postale e una stazione telefonica. Nelle zone che risultavano più malsane, non ancora bonificate, venivano costruite delle sedi periferiche, case di legno, atte ad ospitare un numero non superiore ai dieci detenuti. Interessante ricordare che alle finestre, per evitare il passaggio delle letali zanzare, venivano poste delle fitte reti metalliche. Dieci furono i distaccamenti, che consentirono non solamente l’indipendenza alimentare, ma consentirono un surplus nella produzione che venne dedicato alla commercializzazione. Le coltivazioni principali erano vigne, agrumeti, grano, cereali e legumi. I fitti boschi vennero in parte sfoltiti ed utilizzati per la produzione di carbone.

Si conta che nel 1918, nonostante le morti dei detenuti causate dalla malaria e dalle influenze la produzione di carbone fosse arrivata ai 1600 quintali e negli anni successivi questa soglia sarebbe stata superata. Agli inizi del novecento erano circa ottocento i detenuti che risiedevano nelle carceri, che intanto era diventata entità autosufficiente. Il detenuto doveva infatti sostentarsi con il proprio lavoro, e questo risultò uno dei metodi più efficienti per il successivo inserimento all’interno delle trame sociali. Solo i detenuti più disciplinati avevano la possibilità di lavorare all’aperto, sui campi, gli altri invece scontavano la propria pena all’interno del carcere. E secondo le attestazioni quella doveva essere una vita d’inferno. La Colonia Penale cessò di esistere definitivamente soltanto nel 1952. Claudia Zedda
Acque cristalline, candide spiagge e imponenti scogliere, un rigoglioso entroterra con montagne ricoperte della sempreverde foresta mediterranea e segni di un tempo lontano lasciati dalle civiltà antiche che dall’età del ferro in poi hanno popolato queste terre.
Immerso in questo meraviglioso contesto, lungo la costa sud orientale della Sardegna tra Villasimius e Costa Rei, si trova il comune di Castiadas.
Il territorio di Castiadas è caratterizzato da incantevoli spiagge ed un incontaminato e importante patrimonio ambientale.
La costa, rinomata per le lunghe spiagge di sabbia bianchissima e un mare pulito e cristallino color turchese, è punteggiata da splendide torri aragonesi, memoria della passata conquista spagnola. Nei suoi 13 km costieri Castiadas annovera alcune delle spiagge più belle e suggestive del Sud-est come
la stupenda Cala Sant’Elmo, la magnifica Cala Sinzias, la solitaria spiaggia di Santa Giusta e la bellissima Cala Pira.
L’interno montuoso è verde e rigoglioso. Le estese foreste di Minni Minni, S’Acqua Callenti, Staulu Mannu e Buddui, facenti parte della riserva naturalistica dei Sette Fratelli, presentano un ricco sottobosco. La riserva è infatti interamente ricoperta di macchia mediterranea, con lecci, querce da sughero, mirto, corbezzoli e eriche che con i loro diversi profumi creano un’ intensa fraganza. Qui trovan rifugio numerose specie animali quali il cinghiale, la martora, il gatto selvatico, il ghiro, il picchio rosso e il famoso cervo sardo, mentre ‘aquila reale, il falco pellegrino, la poiana e l’astore falcano i cieli.
Un paradiso terrestre ancora incontaminato e puro pronto a mostrarsi e a concedersi a chi voglia scoprirlo!


