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La presenza di relitti è numericamente rilevante nelle coste sia di Villasimius sia di Castiadas. Questo ci lascia immaginare quanto battuti fossero i nostri mari in antichità, e quanto spesso i lunghi viaggi, non conoscessero purtroppo punto d’arrivo. Triste epilogo ha avuto anche l’imbarcazione, carica di materiali da costruzione che affondò nel I secolo d. C. lungo le coste di Cala Sinzias, impreziosendone il paesaggio sottomarino. Sosta ad una profondità di 30 mt circa e furono i fratelli Calderini a ritrovare il relitto. I ritrovamenti, di grande importanza, consistono in materiali di costruzione, per lo più tegole a margini rialzati dotati di antefissa, decorate da palmette e coppi. Dovevano essere destinate quasi sicuramente alla copertura di un edificio pubblico. Nel carico trasportato dalla nave sono state ritrovate inoltre basi di terracotta, e anfore cadi a bocca larga, destinate a contenere frutta originarie probabilmente della Campania.

Il relitto si somma ai molti già rinvenuti e studiati della zona, tra i quali il più famoso e da ricordare è certamente quello che si trova in prossimità dell’isola dei Cavoli, senza dimenticare l’ingente mole di più moderni ritrovamenti presso le coste di Capo Ferrato.

Claudia Zedda

 

Le carceri di Castiadas, istituite nel 1876 e chiuse definitivamente nel 1952, suscitarono incubo e terrore in alcuni, amore in altri carcerati. Terrore perché risulta venissero utilizzati dei mezzi di punizione barbarici. Ancora oggi i documenti attestano la presenza della Cella Oscura, una stanza priva di luce e aria dove il detenuto sostava legato da ferri e camicie di forza.

 Si nutriva solamente di acqua e pane. Ancora più temibile doveva essere la Cella di Isolamento. Sei mesi lunghissimi, che il carcerato avrebbe trascorso in solitudine. Spesso questo genere di punizione portava o alla pazzia o suicidio. Se si sopravviveva alle punizioni, altro pericolo era rappresentato dalla malaria. Il contagio era un rischio concreto, e non pochi furono i carcerati che trovarono la morte a causa delle febbri malariche. Ma i detenuti più mansueti avevano la possibilità di scontare la propria pena all’aria aperta, coltivando i campi, o pascolando le greggi. La sveglia era fissata tra i mesi di Dicembre e Gennaio alle sei del mattino, mentre per i mesi di Luglio e Agosto suonava intorno alle 4 e mezza. Il lavoro si fermava per il pranzo, che si svolgeva tra le 12 e le 13 e proseguiva fino alle 17. Alle 18.30 i secondini eseguivano la conta dei detenuti e successivamente chiudevano i dormitori. Nei mesi invernali il silenzio assoluto era imposto alle 19 mentre nel periodo estivo lo si imponeva per le 21.

Una detenzione insolita dunque, che dava possibilità ai forzati di trascorrere il proprio tempo all’aria aperta, oltre al vantaggio da non sottovalutare di percepire uno stipendio a retribuzione del proprio lavoro. I salari più bassi erano quelli dei vendemmiatori e spargitori di concime e si concretizzava in 0,65 lire a giornata, mentre i più alti erano quelli dei capi innestatori e dei pastori che percepivano a giornata 1,30 lire. Le coltivazioni più diffuse erano quelle di cereali, legumi, vigneti, ortaggi e frutteti, e nel 1903 venne attivato un allevamento di vacche da latte, che visti gli interessanti risultati indusse dopo qualche anno i gestori del carcere, ad attivare un caseificio che prese a trasformare il latte in pregiato formaggio e burro. Nel 1908 si dispose l’inizio di una selezione genetica del bestiame, e vennero inaugurati numerosi incroci fra le piccole vacche sarde e i tori di razza modicana. 

I fitti boschi vennero in parte sfoltiti ed utilizzati per la produzione di carbone. Si conta che nel 1918, la produzione di carbone fosse arrivata ai 1600 quintali e che negli anni successivi questa soglia sarebbe stata superata. Una economia quella del carcere che procedeva a vele spiegate, visto lo sfruttamento dei detenuti.

L’abbigliamento dei condannati era semplice. Indossavano una giubba rossa, un cappuccio di tela rigata di bianco e blu, e quando lavoravano mettevano i guanti solamente al pollice. Inizialmente il cappuccio era simile a quello dei confratelli della misericordia. Al posto dei due fori dinanzi agli occhi, si trovava una fitta rete metallica. Anche le guardie portavano guanti e cappuccio, ma di tela bianca, probabilmente per essere distinti dai carcerati.

Claudia Zedda

Quando sbarcarono nel Porto Sinzias, sulla costa sud orientale della Sardegna, era estate. E ad essere maggiormente precisi si trattava dell’ 11 Agosto del 1875

Le spiagge allora erano disabitate, ben differentemente da come appare oggi il litorale della zona. L’imbarcazione trasportava trenta detenuti e sette guardie carcerarie. Guidati dal Cavaliere Eugenio Cicognani, si inoltrarono con molta difficoltà nell’entro terra, vista la fitta vegetazione e l’inesistenza totale di sentieri. Il territorio doveva apparire selvaggio e incontaminato. Obbiettivo dell’Ispettore Generale delle carceri era quello di stabilire una prima dimora, bonificare e risanare il territorio disabitato da secoli, 350 anni per l’esattezza. Arrivarono presto altri detenuti che aiutarono nell’opera di bonifica e di costruzione, e gli atti riferiscono che dopo il secondo anno, nella zona fossero presenti più di trecento forzati, tutti in possesso di esperienze lavorative precedenti nell’edilizia. Nel 1877 nasce, a sette km dal luogo di sbarco, la dimora dei carcerati. Si trovava sul promontorio di Praidis, fra due ruscelli, il Guttur Frascu e Baccu sa Figu. Presto furono attivi una falegnameria, officine di fabbri, una carpenteria e una infermeria. Entro la struttura principale oltre le celle e gli alloggi per i carcerieri si trovava la farmacia, un pronto soccorso, addirittura un ufficio postale e una stazione telefonica. Nelle zone che risultavano più malsane, non ancora bonificate, venivano costruite delle sedi periferiche, case di legno, atte ad ospitare un numero non superiore ai dieci detenuti. Interessante ricordare che alle finestre, per evitare il passaggio delle letali zanzare, venivano poste delle fitte reti metalliche. Dieci furono i distaccamenti, che consentirono non solamente l’indipendenza alimentare, ma consentirono un surplus nella produzione che venne dedicato alla commercializzazione. Le coltivazioni principali erano vigne, agrumeti, grano, cereali e legumi. I fitti boschi vennero in parte sfoltiti ed utilizzati per la produzione di carbone

Si conta che nel 1918, nonostante le morti dei detenuti causate dalla malaria e dalle influenze la produzione di carbone fosse arrivata ai 1600 quintali e negli anni successivi questa soglia sarebbe stata superata. Agli inizi del novecento erano circa ottocento i detenuti che risiedevano nelle carceri, che intanto era diventata entità autosufficiente. Il detenuto doveva infatti sostentarsi con il proprio lavoro, e questo risultò uno dei metodi più efficienti per il successivo inserimento all’interno delle trame sociali. Solo i detenuti più disciplinati avevano la possibilità di lavorare all’aperto, sui campi, gli altri invece scontavano la propria pena all’interno del carcere. E secondo le attestazioni quella doveva essere una vita d’inferno. La Colonia Penale cessò di esistere definitivamente soltanto nel 1952. Claudia Zedda


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