Archive for November, 2008

La presenza di relitti è numericamente rilevante nelle coste sia di Villasimius sia di Castiadas. Questo ci lascia immaginare quanto battuti fossero i nostri mari in antichità, e quanto spesso i lunghi viaggi, non conoscessero purtroppo punto d’arrivo. Triste epilogo ha avuto anche l’imbarcazione, carica di materiali da costruzione che affondò nel I secolo d. C. lungo le coste di Cala Sinzias, impreziosendone il paesaggio sottomarino. Sosta ad una profondità di 30 mt circa e furono i fratelli Calderini a ritrovare il relitto. I ritrovamenti, di grande importanza, consistono in materiali di costruzione, per lo più tegole a margini rialzati dotati di antefissa, decorate da palmette e coppi. Dovevano essere destinate quasi sicuramente alla copertura di un edificio pubblico. Nel carico trasportato dalla nave sono state ritrovate inoltre basi di terracotta, e anfore cadi a bocca larga, destinate a contenere frutta originarie probabilmente della Campania.

Il relitto si somma ai molti già rinvenuti e studiati della zona, tra i quali il più famoso e da ricordare è certamente quello che si trova in prossimità dell’isola dei Cavoli, senza dimenticare l’ingente mole di più moderni ritrovamenti presso le coste di Capo Ferrato.

Claudia Zedda

 

Quel gioiello che è Castiadas, incastonato fra Villasimius e Costa Rei, carezzato alle spalle dalle sempre vivide foreste, viene baciato infine da un litorale invidiabile e variegato, che dà una piacevole soluzione a qualsiasi tipologia di turista. Si tratta di un interminabile susseguirsi di calette, più o meno intime, impreziosite da sporgenze rocciose, sovra la quale si abbarbica una flora e una fauna marina da osservare assolutamente. Per questo è consigliabile portare con se sempre gli indispensabili maschera e boccaglio. Se normalmente le dune sabbiose sono sempre arricchite dalla presenza del profumato giglio di mare, la tipologia della sabbia varia al variare della spiaggia, e fina come lo zucchero, passa da un candido bianco, fino a diventare più compatta e dorata. Similare discorso è da farsi per i fondali, profondi alcuni, simili a pozze d’acqua calda, o piscine private altri.

Fra le spiagge della zona dobbiamo ricordare certamente:

Laspiaggia di Cala Pira lunga mt. 400, è incantevole insenatura alle spalle della quale domina la torre spagnola omonima. E’ cinta da una pineta, abbellita da scogli affioranti, che si affacciano su d’un mare cristallino. Alla fina sabbia si mescola un candido ciottolato levigato.

La spiaggia di Cala Sinzias conosce alle proprie spalle una oramai sfoltita pineta, profumata dalla presenza del giglio bianco, è formata da una sabbia compatta e dorata. La bellissima spiaggia si estende per ben 800 mt. Vi si affaccia un meraviglioso villaggio turistico, e l’unico campeggio rimasto nella zona.

La spiaggia di Cala Marina è nota anche come spiaggia di San Pietro. Ancora una volta alle spalle è presente una fitta vegetazione e sulla sabbia sono incastonati degli affascinanti scogli che abbelliscono il litorale.

La spiaggia di Sant’Elmo lunga 200 mt. Protetta alle spalle dal Monte Turno, vulcano oramai inattivo, è una splendida insenatura, dove trova spazio la presenza di una finissima spiaggia e di meravigliose rocce levigate dal tempo.

La spiaggia di Su Cannisoni lunga 400 mt. E’ località meno nota forse per le difficoltà d’accesso. Si tratta di una caletta molto intima, dotata di sabbia granulosa e candida, protetta da due spuntoni rocciosi e circondata alle spalle da una bassa vegetazione.

La spiaggia di Santa Giusta corre per 1.200 mt. Si tratta di una spiaggia di sabbia granulosa, arricchita dalla presenza di una bella scogliera levigata che incornicia il luogo. Custodisce il famosissimo scoglio di Peppino, località fra le più famose della zona. Scoglio piatto che si racconta meta di pesca del vecchio Peppino, che donò il nome allo scoglio. Meraviglioso l’omonimo villaggio che si affaccia sulla spettacolare costa.

Testi di Claudia Zedda

Foto di: Antonio Melis

Fra il mese di giugno e quello di settembre, si legano ad una copiosa quantità di sagre a carattere enogastronomico, che guidano il turista alla scoperta dell’affascinante territorio, con delle festività religiose che ci raccontano del forte sentimento cristiano che muove la gente di questa borgata. Si tratta di celebrazioni coinvolgenti, che hanno la capacità di trascinare ed affascinare la numerosa mole di turisti che nei mesi estivi abitano la zona.

Il 25 di Giugno, come in molte altre località sarde, si festeggia San Giovanni Battista. E’ il patrono di Castiadas e la festa per tre, quattro giorni ha fulcro e nucleo pulsante in Olia Speciosa, dove si trova inoltre la chiesa intitolata al Santo. Avrete la possibilità di assistere a spettacoli folklorici, giochi, di osservare in prima linea le antiche tradizioni del posto, e di assistere alla colorata ed affascinante processione di cavalli e carri, posta in essere in onore del patrono. Sanciranno la fine della festa balli, musiche e spettacolari fuochi d’artificio.

Il 15 di Agosto si celebrano i festeggiamenti per la Vergine Assunta. Anche in questo caso questi vengono dilungati per tre, quattro giorni. Suggestiva la processione che vede la statua della Madonna protagonista, accompagnata nel suo procedere da carri addobbati, cavalli, cavalieri, e gruppi folkloristici provenienti da tutti i territori del Sarrabus. Suggestiva sarà la seguente processione della madonna via mare. Sarà seguita da un corteo di barche cariche di fedeli che salutano le coste di Cala Sinzias, Cala Marina e Monte Turno. Non mancheranno gli spettacoli folkloristici e musicali, i balli ed i fuochi d’artificio a conclusione definitiva dei festeggiamenti.

Claudia Zedda

Non meno variegata è la fauna della zona, che resiste copiosa seppure siano presenti in abbondanza bracconieri, aiutata probabilmente dalla presenza insolita per la Sardegna, di numerose sorgenti acquifere. L’animale che maggiormente caratterizza la zona è il cinghiale, il quale ci avvisa del proprio passaggio lasciando segnali sulla terra dissodata dal suo muso, che risultano essere inconfondibili. Si potranno inoltre incontrare martore, gatti selvatici, ghiri e cervi sardi. La colonia dei cerus elaris diventa sempre più abbondante, tanto da spingersi fino ad alcune abitazioni saccheggiandone orti e giardini. Ricordiamo ancora della presenza della pernice sarda, e del colombaccio, del picchio rosso. Fra i più temibili e veloci volatili non possiamo dimenticare lo stupendo falco pellegrino. Si potranno ammirare esemplari di poiana e d’astore . Della fauna castiadese dovremmo dire che questa, nei secoli, non è andata soggetta a nessun genere di incrocio. In molti casi si tratta di razza pura, e questo ci è suggerito soprattutto dalle ridotte dimensioni di cervi, cinghiali, conigli e lepri, molto più piccoli di quelle presenti in tutto il continente.

Curiosità: Il cervo presente in Sardegna è una sottospecie del cervo europeo. E’ stata razza endemica sia dell’isola sarda che di quella corsa, dove però il cervo si è estinto fra gli anni sessanta e novanta del secolo scorso. Sulle isole l’animale si sarebbe importato tra il 1200 a. C. e il 700 a. C. per arrecare qualche beneficio agli abitanti non meglio definito. Si dovette certamente diffondere, trovando nei boschi isolani ottimo habitat. Tra l’Ottocento ed il Novecento, con l’intensificarsi della caccia e la distruzione di numerosi boschi, il cervo sardo ha conosciuto il rischio d’estinzione. Dal 1939 si è imposto il rigoroso divieto di caccia dell’animale.

Claudia Zedda

L’isolamento cui è andata soggetta nei secoli Castiadas, ha consentito che nelle foreste adiacenti alla località il patrimonio ambientale si conservasse quasi intatto e ha consentito che ancora oggi crescano differenti specie di piante che non sono più presenti in nessun’altra località italiana. Questo titolo di merito spetta alla piccola Castiadas ed a pochi altri Comuni Italiani. Nella catena montuosa dei Sette Fratelli, passando per le località di S’acqua Callenti e Minni Minni si presentano le caratteristiche tipiche del bosco mediterraneo, ricco di lecci, querce da sughero, corbezzoli, eriche, mirto e fitta macchia mediterranea. Daranno tocchi di colore e di profumo la ginestra di Corsica, la digitale rosa, la pratolia spatolata, il verbasco di Sardegna e lo zafferano minore. La flora muta notevolmente, arricchendosi ancora, quando ci troviamo in prossimità di sorgenti e fonti d’acqua. Il dintorno si inumidisce e sarà possibile veder spuntare felci, muschi e licheni che coprono le fredde rocce, e i caratteristici ciclamini, con il fiore rivolto, quasi fosse pesante, verso il basso. E’ interessante inoltre ricordare che in Sardegna crescono più di 200 endemismi, ossia di specie proprie dell’isola sarda. Per citarne alcune diremo del fiordaliso spinoso, la peonia, il cardo, il limonium oltre ai numerosi gigli bianchi che nascono nelle dune di Cala Pira e Cala Sinzias (fiori in via di estinzione e pertanto protetti).

Claudia Zedda

Si tratta di un complesso montagnoso, facente parte di un vastissimo affioramento che si protrae per la lunghezza tutta della Sardegna e che raggiunge addirittura la Corsica. La zona del Sarrabus, quella di nostro interesse, è sfiorata solo marginalmente dal complesso granitico. Sono presenti infatti nella località, oltre la dura pietra, anche affioramenti di scisti, risalenti niente meno che al silurico

La nota che sorprende di più è forse la presenza, in un contesto caratterizzato da una forte aridità, di fonti d’acqua che si presentano mai in eccessiva portata. Numerose sono infatti le sorgenti presenti in zona. Mentre resta davvero poco dell’antica foresta, quasi totalmente distrutta a causa di un utilizzo improprio da parte dell’uomo. Agli esordi della seconda guerra mondiale il bosco venne deturpato per motivazioni belliche, e i residui di foresta d’appartenenza del demanio dello stato vennero interessati dal taglio intorno al 1950 ad opera di ditte private ed appaltatrici per la produzione del prezioso carbone e della legna da ardere. Non dimentichiamo che l’avvento della meccanizzazione incentivò, con l’apertura di strade, il taglio delle piante, mentre la piaga degli incendi si faceva ombra sempre più inquietante, ancora oggi non allontanata. Odiernamente alcune zone, sotto il controllo dell’uomo sono destinate a riprendere il proprio verdeggiante aspetto originario. La presenza della Ex Colonia Penale ha segnato anche il territorio in questione. Sono presenti, oramai sempre più radi, gli antichi dislocamenti, ed inoltre una fittissima rete di sentieri con ogni probabilità usati dai detenuti e carcerieri per ogni spostamento. Molti di questi si inoltrano nel fitto del bosco, e non essendo tracciati è sempre consigliabile, per gli escursionisti, la presenza di un esperto del territorio, perché la perdita dell’orientamento è cosa assolutamente possibile. Il 9 Giugno 1999 con una legge regionale, l’azienda demaniale della regione Sardegna viene soppressa e viene istituito l’Ente foreste della Sardegna.

Claudia Zedda

Quello di Castiadas è un territorio entro il quale storicamente confluiscono diversi corsi d’acqua. Ricordiamo il Rio Zarpixedda, il Rio Corrè Pruna, il Rio Buddui, il Rio Frumini Cerau e il Rio S’Acqua Callenti. Sono tutti fiumi che nascono ai piedi dei monti e delle foreste del Minni Minni. La piena di questi fiumi non è quasi mai eccessiva, ed il loro percorso è spesso movimentato da salti improvvisi e cascatelle, garantite dal terreno granitico della zona. Non sono pochi i sardi che prelevano acqua direttamente dalle sorgenti, votandosi ad un vivere più salubre.

 Le sorgenti di facile accesso sono quella di Sa Mitza de sa Teula. Si trova in località Sarmentus e l’accesso è garantito dalla vecchia strada che collegava San Petro con Minni Minni. Non meno interessante la sorgente di Su Stauli Mannu. Localizzata nella zona centrale accessibile dalla strada situata al lato est della vecchia ex colonia penale. Per raggiungere la fonte d’acqua è necessario percorrere una vecchia mulattiera che fu creata appositamente dai carcerati. Interessante ricordare che la sorgente in questione veniva utilizzata dalla stessa Colonia. Di fascino la sorgente S’Acqua Callenti. E’ situata nella zona omonima e la si può raggiungere attraverso la strada comunale che dà poi l’accesso ad una via d’appartenenza al Demanio Forestale. Forse la più frequentata non solo dagli abitanti del luogo, ma certo anche dai turisti, che oltre rifornirsi d’acque eccellenti potranno perdersi per qualche ora in una selvaggia e verdeggiante natura. Infine la sorgente Buddui. Collocata nella località che si trova fra Buddui e Annunziata, è raggiungibile tramite l’attraversamento della strada comunale che collega Olia Speciosa con l’Annunziata. Si prevede a breve di creare un percorso che consentirà un più facile accesso alla fonte.

Claudia Zedda

Quasi interamente ristrutturata la villa del Direttore dell’ex Colonia Penale agricola, nei mesi estivi questa struttura pregna di storia ospita, per la gioia degli appassionati la Mostra dell’Artigianato e dell’Agroalimentare. Si tratta di un appuntamento che ogni anno si rinnova, e che consente al turista di conoscere l’espressione artigianale non della sola Castiadas, ma pure dei paesi limitrofi. Saranno esposti cestini, legno intagliato, oro finemente lavorato, tappeti e tessuti, così come le ceramiche. Accontentato l’occhio, la gente di Castiadas non disdegnerà d’accontentare il vostro palato. Piatti tipici e vino saranno posti a disposizione di tutti quelli che vorranno fare una nuova esperienza enogastronomica. Spesso la struttura ospita balli, danze, musiche e spettacoli teatrali che possono rallegrare la fine di una giornata votata al sole ed al mare. Presso la Colonia Penale Agricola è inoltre possibile visitare la Mostra Fotografica che è attestazione dei modi di vita degli anni ‘20 e ‘30 e che si riferisce chiaramente alle giornate dei carcerati , delle guardie e dei familiari di questi personaggi. Presso l’arena delle vecchie carceri, sempre nei mesi estivi, è inoltre possibile assistere alla proiezione di film con unico spettacolo. Non mancheranno infine mostre che espongono il frutto dell’ingegno di pittori sardi, il tutto custodito in una struttura affascinante ed erede di un ricco passato.

Claudia Zedda

Le carceri di Castiadas, istituite nel 1876 e chiuse definitivamente nel 1952, suscitarono incubo e terrore in alcuni, amore in altri carcerati. Terrore perché risulta venissero utilizzati dei mezzi di punizione barbarici. Ancora oggi i documenti attestano la presenza della Cella Oscura, una stanza priva di luce e aria dove il detenuto sostava legato da ferri e camicie di forza.

 Si nutriva solamente di acqua e pane. Ancora più temibile doveva essere la Cella di Isolamento. Sei mesi lunghissimi, che il carcerato avrebbe trascorso in solitudine. Spesso questo genere di punizione portava o alla pazzia o suicidio. Se si sopravviveva alle punizioni, altro pericolo era rappresentato dalla malaria. Il contagio era un rischio concreto, e non pochi furono i carcerati che trovarono la morte a causa delle febbri malariche. Ma i detenuti più mansueti avevano la possibilità di scontare la propria pena all’aria aperta, coltivando i campi, o pascolando le greggi. La sveglia era fissata tra i mesi di Dicembre e Gennaio alle sei del mattino, mentre per i mesi di Luglio e Agosto suonava intorno alle 4 e mezza. Il lavoro si fermava per il pranzo, che si svolgeva tra le 12 e le 13 e proseguiva fino alle 17. Alle 18.30 i secondini eseguivano la conta dei detenuti e successivamente chiudevano i dormitori. Nei mesi invernali il silenzio assoluto era imposto alle 19 mentre nel periodo estivo lo si imponeva per le 21.

Una detenzione insolita dunque, che dava possibilità ai forzati di trascorrere il proprio tempo all’aria aperta, oltre al vantaggio da non sottovalutare di percepire uno stipendio a retribuzione del proprio lavoro. I salari più bassi erano quelli dei vendemmiatori e spargitori di concime e si concretizzava in 0,65 lire a giornata, mentre i più alti erano quelli dei capi innestatori e dei pastori che percepivano a giornata 1,30 lire. Le coltivazioni più diffuse erano quelle di cereali, legumi, vigneti, ortaggi e frutteti, e nel 1903 venne attivato un allevamento di vacche da latte, che visti gli interessanti risultati indusse dopo qualche anno i gestori del carcere, ad attivare un caseificio che prese a trasformare il latte in pregiato formaggio e burro. Nel 1908 si dispose l’inizio di una selezione genetica del bestiame, e vennero inaugurati numerosi incroci fra le piccole vacche sarde e i tori di razza modicana. 

I fitti boschi vennero in parte sfoltiti ed utilizzati per la produzione di carbone. Si conta che nel 1918, la produzione di carbone fosse arrivata ai 1600 quintali e che negli anni successivi questa soglia sarebbe stata superata. Una economia quella del carcere che procedeva a vele spiegate, visto lo sfruttamento dei detenuti.

L’abbigliamento dei condannati era semplice. Indossavano una giubba rossa, un cappuccio di tela rigata di bianco e blu, e quando lavoravano mettevano i guanti solamente al pollice. Inizialmente il cappuccio era simile a quello dei confratelli della misericordia. Al posto dei due fori dinanzi agli occhi, si trovava una fitta rete metallica. Anche le guardie portavano guanti e cappuccio, ma di tela bianca, probabilmente per essere distinti dai carcerati.

Claudia Zedda

Quando sbarcarono nel Porto Sinzias, sulla costa sud orientale della Sardegna, era estate. E ad essere maggiormente precisi si trattava dell’ 11 Agosto del 1875

Le spiagge allora erano disabitate, ben differentemente da come appare oggi il litorale della zona. L’imbarcazione trasportava trenta detenuti e sette guardie carcerarie. Guidati dal Cavaliere Eugenio Cicognani, si inoltrarono con molta difficoltà nell’entro terra, vista la fitta vegetazione e l’inesistenza totale di sentieri. Il territorio doveva apparire selvaggio e incontaminato. Obbiettivo dell’Ispettore Generale delle carceri era quello di stabilire una prima dimora, bonificare e risanare il territorio disabitato da secoli, 350 anni per l’esattezza. Arrivarono presto altri detenuti che aiutarono nell’opera di bonifica e di costruzione, e gli atti riferiscono che dopo il secondo anno, nella zona fossero presenti più di trecento forzati, tutti in possesso di esperienze lavorative precedenti nell’edilizia. Nel 1877 nasce, a sette km dal luogo di sbarco, la dimora dei carcerati. Si trovava sul promontorio di Praidis, fra due ruscelli, il Guttur Frascu e Baccu sa Figu. Presto furono attivi una falegnameria, officine di fabbri, una carpenteria e una infermeria. Entro la struttura principale oltre le celle e gli alloggi per i carcerieri si trovava la farmacia, un pronto soccorso, addirittura un ufficio postale e una stazione telefonica. Nelle zone che risultavano più malsane, non ancora bonificate, venivano costruite delle sedi periferiche, case di legno, atte ad ospitare un numero non superiore ai dieci detenuti. Interessante ricordare che alle finestre, per evitare il passaggio delle letali zanzare, venivano poste delle fitte reti metalliche. Dieci furono i distaccamenti, che consentirono non solamente l’indipendenza alimentare, ma consentirono un surplus nella produzione che venne dedicato alla commercializzazione. Le coltivazioni principali erano vigne, agrumeti, grano, cereali e legumi. I fitti boschi vennero in parte sfoltiti ed utilizzati per la produzione di carbone

Si conta che nel 1918, nonostante le morti dei detenuti causate dalla malaria e dalle influenze la produzione di carbone fosse arrivata ai 1600 quintali e negli anni successivi questa soglia sarebbe stata superata. Agli inizi del novecento erano circa ottocento i detenuti che risiedevano nelle carceri, che intanto era diventata entità autosufficiente. Il detenuto doveva infatti sostentarsi con il proprio lavoro, e questo risultò uno dei metodi più efficienti per il successivo inserimento all’interno delle trame sociali. Solo i detenuti più disciplinati avevano la possibilità di lavorare all’aperto, sui campi, gli altri invece scontavano la propria pena all’interno del carcere. E secondo le attestazioni quella doveva essere una vita d’inferno. La Colonia Penale cessò di esistere definitivamente soltanto nel 1952. Claudia Zedda


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